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Via Appia

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Inizialmente realizzata per scopi militari – come la gran parte, del resto, delle strade romane – la via Appia ha nei secoli costituito un formidabile vettore di comunicazione, materiale e immateriale.
Sul suo basolato sono infatti passati gli eserciti, ma anche semplici viaggiatori, mezzi di trasporto e merci di ogni tipo, e, soprattutto, quella che chiamiamo “la civiltà romana”: per la sua importanza già in antico il poeta Stazio la celebrò definendola “regina viarum”.
L’antica legge romana delle Dodici Tavole, risalente al 450 a.C., proibiva, per motivi di carattere igienico e sanitario, che le sepolture avvenissero all’interno dei confini sacri del Pomerio.
Sin dalla sua costruzione, la via Appia rappresentò, dunque, un luogo ambìto per i sepolcri delle grandi famiglie aristocratiche: esemplari quelli degli Scipioni e dei Metelli che avevano i loro possedimenti in questo territorio. Sulla regina viarum sono però anche attestati edifici per sepolture collettive appartenenti a “collegi funerari”, sorta di confraternite che acquistavano un terreno su cui costruire un edificio sepolcrale, in cui ciascun membro della comunità poteva disporre di uno o più loculi. Per questa ragione, la via Appia, con una serie ininterrotta di monumenti funerari diversi per tipologia e cronologia, dall’età repubblicana alla tarda età imperiale, è considerata la strada funeraria per eccellenza, una sorta di manuale visivo di architettura sepolcrale romana.

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